Nasce B.U.R.N. - Al fianco de* migrant* sulla rotta balcanica

Bihac, Bosnia, confine croato-bosniaco. Una delle tante provincia d’Europa che è stata trasformata in un teatro degli orrori per tuttə coloro che non trovano una collocazione nella democrazia del vecchio continente. Lo scarto umano che deve essere respinto e annullato, lasciato marcire in edifici abbandonati, massacrato nelle foreste sul confine. Ma per quanto si possa tentare di annientarla, l’umanità è più resistente del diamante, come ci dimostrano le migliaia di persone che sui confini d’Europa non si arrendono e riaffermano ogni giorno il loro volontà di vivere una vita degna. Whatever it takes.


I segni del confine che abbiamo trovato sui corpi di queste persone ci ha spinto a voler costruire un progetto basato sull'intervento sanitario in favore delle persone in transito.

B.U.R.N. - Balkan Underground Railroad Network - brucia come la volontà di abolire tutti i confini e costruirsi una vita degna di essere vissuta. Come la storia dell’abolizionismo americana ci ha insegnato, l’ostinazione dei soggetti in rivolta è l’elemento attorno a cui basare la nostra lotta di attivistə.


Come il Mar Mediterraneo ci ha dimostrato, il campo umanitario ha perso la sua neutralità da quando si confronta con la violenza strutturale esercitata dal potere legittimo degli Stati membri. L’umanitario è diventato uno spazio politico di scontro e affermazione di un mondo differente. Il nostro ruolo deve essere sempre più esplicitamente quello di sostegno alle pratiche autonome di mobilità dei migranti. In quest'ottica, l’intervento sanitario si colloca nella possibilità di aiutare anche materialmente le persone in transito, fornendo loro una minima forma di supporto fisico per rimettersi in viaggio.


Sei teams composti da medici, infermieri e studenti di medicina, supportati da figure non-sanitarie per il lavoro di inchiesta e denuncia, implementeranno il lavoro di alcune organizzazioni (tra cui No Name Kitchen) che da anni operano sul territorio. Come sanitari partiamo dall’assunto che la malattia non è solo quella del corpo. Il tempo che passeremo con queste persone richiederà un monitoraggio delle loro condizioni psicofisiche, ma l’atto “sanitario” più importante sarà quello di sedersi, ascoltare, guardare ciò che le persone hanno bisogno di mostrarci. Credere all’inferno che raccontano.


In particolare concentreremo il nostro intervento su Bihac, uno dei punti strategici da cui iniziare il “game”, come viene definito il tentativo di superare il confine e raggiungere l’Europa. Gioco perverso che si può ripetere decine di volte e che costringe molte persone a ritornare indietro e vivere per mesi in tali condizioni disumane. A Bihac è inoltre da poco ricominciata la stagione degli sgomberi. La polizia dà fuoco agli accampamenti e trasferisce tuttə nel campo formale di Lipa, finanziato e gestito dall’OIM per conto dell’Europa.


Allearci alla spiazzante lotta di queste persone non sarà la soluzione, ma è un primo passo in questa lotta abolizionista non solo dei confini ma di ogni forma di violenza strutturale che organizza i rapporti sociali e di sfruttamento della nostra società.


Concentrarci sul confine croato-bosniaco significa per noi porre l’attenzione su una precisa manifestazione geografica di un fenomeno più grande. Dobbiamo essere in grado di collegare in modo sempre più stretto quello che accade in mare, sulla rotta balcanica e nelle nostre città. Il problema è l’esternalizzazione delle frontiere, sono gli accordi con la Libia, la Turchia e gli altri paesi terzi guardiani dei nostri confini, è la violenza della polizia di frontiera e la mancanza di vie di accesso sicure e legali. Il problema è la criminalizzazione di un fenomeno che è la diretta conseguenza del nostro modello economico e politico estrattivo e di sfruttamento. Un fenomeno che non si riuscirà a fermare semplicemente incrementando la violenza e il controllo del regime di confine. Il problema è alla radice: come ricostruire un mondo che si basi sul rispetto e non-sfruttamento della vita in ogni sua forma, sulla convivenza delle differenze, sull’equa ridistribuzione e pieno accesso a risorse? Allearci alla spiazzante lotta delle persone migranti non sarà la soluzione ma è un primo passo in questa lotta abolizionista non solo dei confini ma di ogni forma di violenza strutturale che organizza i rapporti sociali e di sfruttamento della nostra società.



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