Ripensare l’accoglienza per davvero


Riflessioni a partire dal fallimento del piano di accoglienza italiano e dalla Agenda Europea sulle migrazioni

La discussione sull’accoglienza dei migranti e dei profughi, ultimamente riaperta anche con l’intervento di vari sindaci (Milano in primis), potrebbe spegnersi in tempi brevissimi, condizionata dai ritmi delle polemiche mediatiche sulle prime pagine dei giornali. O potrebbe trasformarsi in un amplificatore dell’ostilità alimentata da forze razziste in vari settori sociali.

Gli stessi “ampliamenti di sistema” annunciati dal Governo e dall’ANCI, scritti in recenti decreti sullo SPRAR, potrebbero risolversi in nulla o quasi, se non sono parte di un processo politico realistico, critico e di cambiamento rispetto all’oggi.

Ancora una volta, anziché approfondire questioni centrali per la società, c’è il rischio di ritrovarsi sospesi sulla superficie di dichiarazioni retoriche, fugaci botta e risposta e provocazioni che rinnovano i toni dell’allarme e della paranoia.

Per noi l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti, e le loro prospettive di vita futura, sono invece argomento serio, su cui da almeno dieci anni ci confrontiamo senza tabù in un percorso di iniziative e progetti di orientamento, inclusione e difesa dei diritti nel quale sperimentiamo ogni giorno pratiche e modelli di convivenza, interrogando le amministrazioni e le istituzioni in un’ottica di miglioramento della qualità della vita di tutti.

Per questo prendiamo parola sul dibattito di questi giorni sull’accoglienza, avviatosi anche con la lettera del Sindaco di Milano pubblicata su Repubblica lo scorso lunedì.

La prima riflessione riguarda l’errore con cui la politica dominante e gli amministratori bi-partisan hanno da sempre affrontato il tema dell’immigrazione per lavoro prima e dell’accoglienza poi, ossia guardando la questione in termini di numeri e calcoli delle quantità.

Per anni, dal ’98, al centro c’erano i “flussi” di ingresso annuali, in teoria commisurati alle esigenze delle imprese, salvo poi accorgersi che erano necessarie grandi sanatorie per rispondere alla realtà di un mercato del lavoro sempre meno regolato: comunque, in un modo o nell’altro, in nero o in regola, i migranti fino al 2008 “servivano” al sistema (anche oggi, ma in modi diversi).

Dal 2011 in poi la combinazione tra crisi socio-economica mondiale ed esplosione (anche bellica) delle società dell’area sud del Mediterrano ha dimostrato l’insufficienza e gli errori degli Stati europei rispetto all’onda lunga delle migrazioni, considerate accettabili solo come “quantità utile” e non come movimento storico di umani e prodotto di contraddizioni strutturali.

Così in Italia la presenza dei migranti è sempre più stata vista come una “emergenza” numerica dall’impatto devastante: strutture “al collasso”, metropoli “invase”, piccoli comuni “in tilt”, sindaci in “crisi” o “in rivolta sotto la pressione migratoria”. “Emergenza” peraltro prevista e prevedibile, quindi di fatto creata dalle istituzioni volutamente impreparate.

Oggi però serpeggia un motivo di allarme ulteriore, perché il grosso del mosaico di richiedenti asilo, rifugiati, migranti, non defluisce più verso il nord Europa, come lasciavano fare le autorità fino al 2015, ben liete di scaricare altrove le persone, dissuase dalla pessima fama acquisita in mezzo mondo dalla accoglienza italica. Ora sono intrappolati loro malgrado in Italia, ed è forse anche per questo che Renzi usa toni irritati anti europei verso i suoi colleghi UE, sempre più chiusi in logiche elettoral nazionaliste.

Trattati per anni come sagome di passaggio, profughi a vita da far transitare in strutture allestite nelle periferie urbane, tutto d’un colpo oggi i migranti si rivelano agli occhi degli amministratori come protagonisti di un “fenomeno strutturale”, come lo stesso sindaco Sala descrive i nuovi flussi.

E’ una consapevolezza importante, che finalmente può introdurre un nuovo sguardo che da tempo sollecitiamo: non sonoprofughi da assistere, termine spersonalizzante e pietistico, ma nuovi cittadini con cui costruire le città di domani.

Forse la chiusura delle frontiere da parte di Svizzera, Francia e Austria può quantomeno costringere anche altri ad analizzare seriamente gli effetti del modello italiano di accoglienza adottato finora, ossia la produzione di un bacino di disagio sociale a disposizione del mercato dello sfruttamento e dell’economia illegale, in altre parole un incubatore di nuove povertà senza prospettive.

Il problema attuale dunque non è la mancanza di posti in primissima accoglienza, ma salvo poche eccezioni è il destino di quelle persone messe fuori dalle strutture dopo mesi di inutile parcheggio, prive di residenza anagrafica ed assistenza, nel nulla sociale assente o ostile, salvo poche isole solidali spesso osteggiate dalle autorità. Un modello di accoglienza da più di 3 miliardi annui erogati senza controlli, verifiche e monitoraggi, che produce – affari loschi a parte – molta marginalità sociale, immessa in una realtà di per sé già impoverita.

Davanti a questa verità sotto agli occhi di ogni Assessore al Welfare, anche da ANCI ci si aspetterebbe una posizione all’altezza della sfida. Anziché condurre l’ennesima trattativa su quante persone smistare come pacchi nelle città, anziché mercanteggiare lo “sconto” per i Comuni che aderiscono allo SPRAR, sarebbe forse più responsabile da parte di ANCI invitare il Governo ad un ripensamento sullo status giuridico delle persone accolte, sui diritti che esse potranno esercitare nel lungo periodo, sulle prospettive di autonomia dopo l’uscita dalle strutture di accoglienza.

E’ molto grave, ad esempio, ignorare una riflessione sull’aumento dei dinieghi, questo si allarmante, della protezione internazionale su scala nazionale, e i gravi effetti dell’eventuale riforma proposta dal Ministro della Giustizia sul processo civile dei ricorsi in materia di protezione internazionale. Dallo scorso anno a oggi i mancati riconoscimenti di una qualche forma di protezione internazionale, e quindi di diritto al soggiorno regolare sul territorio, sono aumentati del 10%.

Ciò significa che sono cresciute del 10% le persone presenti in Italia senza alcuna forma di diritto. In base ad una normativa ipocrita e folle dovrebbero ritornare nel paese da cui sono fuggiti al costo di sacrifici inenarrabili. E’ evidente che amministratori e politici stanno deliberatamente trascurando il tema della composizione della propria popolazione; preoccupandosi solo di quanti sono gli stranieri che arrivano nel loro territorio, non si rendono conto che dovrebbero invece rassicurarsi che le persone ottengano un diritto di soggiorno quanto più stabile, requisito di una inclusione virtuosa, che produce ricadute positive sul tessuto economico e sociale cittadino. Vice-versa, un esercito di invisibili senza diritti assorbito dai bisogni primari è a disposizione di qualsiasi ricatto, una condizione di fragilità che evidentemente ricade su tutti noi, basti pensare allo sfruttamento nel lavoro, all’evasione fiscale, all’aumento della marginalità, insomma fenomeni che ogni Sindaco dovrebbe aspirare quantomeno a contenere anziché incentivare!

Se davvero si volesse segnare un cambio di passo nelle politiche dell’asilo e dell’accoglienza, l riflessione dovrebbe essere ad ampio raggio, per evitare che il laboratorio sull’accoglienza possa prendere nuove derive discriminatorie, come quella di una accoglienza basata su un modello di regolarizzazione premiale (vedi proposta del Sindaco di Bergamo o del prefetto Morcone del Ministero dell’Interno), che condiziona il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari alla dimostrazione della “volontà di integrarsi” (giudicata da chi?).

Elargire i diritti ai “meritevoli” è un approccio ipocrita e strumentale, perché i diritti sono un presupposto della vita umana e non un premio per pochi, ma anche perché le colpe della integrazione mancata non possono ricadere sul singolo, ignorando la natura del sistema nazionale che, come detto, non fornisce strumenti di crescita e autonomia alle persone, parcheggiate nella stragrande maggiornanza in strutture disumanizzanti e spesso disumane come gli hot-spot, i Cara, gli Hub e i grandi Cas.

Se veramente si vuole abbandonare l’idea dell’Italia come “gigantesca piattaforma di prima accoglienza” non basta nemmeno istituire un organo unico di coordinamento tra i livelli istituzionali, come si intuisce dalle anticipazioni del Ministero dell’Interno. Dal 2011, l’Emergenza Nord Africa , come poi “Mare Nostrum”, è stata malamente gestita dal Tavolo di Coordinamento Nazionale (in cui aveva ruolo di rilievo l’impeccabile Odevaine, partner di Carminati in “Mafia Capitale”) e da Cabine di Regia o tavoli Regionali, ma le cose non sono andate molto bene.

Vero è che nessuno ha la soluzione pronta, ma certo il fallimento reiterato delle politiche europee e nazionali su immigrazione e accoglienza hanno spinto centinaia di realtà locali ad attivarsi autonomamente, con formule e pratiche diverse quasi sempre autofinanziate, per costruire alternative all’abbandono dei rifugiati una volta espulsi dai centri di accoglienza e dallo stesso Sprar che, seppur “virtuoso”, costituisce una porzione esigua dei posti di accoglienza. Associazioni, famiglie, cooperative di produttori agricoli, centri sociali, case di accoglienza autogestite in edifici occupati perché vuoti da decenni… non sono certo poche le esperienze virtuose a cui guardare per connettere le buone pratiche e comprendere come far funzionare l’inclusione in questa congiuntura storica.

Ascoltare le istanze di queste realtà, valorizzare questi laboratori di inclusione, in cui vecchi e nuovi cittadini sviluppano progetti di impresa e autonomia economica insieme, trovando risposte altrimenti impossibili per i rifugiati all’inaccessibilità del mercato della casa, sarebbe una importante dichiarazione di volontà a compiere passi in avanti.

Riconoscere, valorizzare, agevolare, affinché in collaborazione allo Stato e agli Enti locali che rispettano i propri doveri in materia di accoglienza, possa svilupparsi e strutturarsi una normalità diffusa e quotidiana di solidarietà, cooperazione, coesione che crea nuova coscienza sociale nel rifiuto di pulsioni retrograde e identitarie.

Non è una favola buonista, ma una necessità.

“Investire nell’integrazione dei rifugiati e degli immigrati non è soltanto la cosa giusta da fare, ma è anche la cosa intelligente da fare”: lo scrivono all’Assemblea delle Nazioni Unite i sindaci di New York, Parigi e Londra, che lanciano un “appello all’inclusività, parte della nostra identità di abitanti di città ricche di diversità e prosperità”. E’ evidente che al momento non ci sono alternative se veramente si vuole evitare di fare la fine dell’Ungheria o dell’Austria, non solo perché le leggendarie “soluzioni condivise” dell’Unione Europea sono tristemente naufragate e migliaia di migranti sono ancora in attesa di essere ricollocati in paesi membri impegnati in ben altre campagne di civiltà, ma soprattutto perché la ricetta renziana dei migration compacts o quella mogheriniana della guerra ai trafficanti, è pura retorica. Rafforzare il potere di dittatori, signori della guerra, milizie ribelli, affidando loro il controllo dei movimenti migratori, come annunciato anche al summit di Vienna pochi giorni fa, significa concorrere al traffico degli esseri umani e alle migrazioni, e non farli cessare.

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