AGGIORNAMENTO DA UN'ATTIVISTA IN ROJAVA


Era il 20 marzo quando l’Amministrazione Autonoma annunciava l’introduzione di una serie di misure restrittive per arginare il contagio del corona virus. Vi scrivo dal Nord Est della Siria, dalle libere terre del Rojava, dove la primavera fa capolino ma tarda ancora ad arrivare. Nel cielo, ogni giorno più blu, si intravedono le rondini roteare in mille vortici, perdendosi e poi ritrovandosi. Qui il coprifuoco è stato effettivo: solo panetterie e piccoli alimentari rimangono aperti. Ora che iniziano le belle giornate è difficile rimanere in casa. La prevenzione è tanta ed è l'unica cosa che abbiamo in effetti. È difficile rispettare il coprifuoco quando non ci sono certezze e non si sa se ci siano o meno contagi nel territorio. Fino a pochi giorni fa infatti, l'unico laboratorio abilitato a fare le analisi presente nella regione si trovava a Damasco. Il che richiedeva una procedura lenta e macchinosa, tanti imprevisti e soprattutto scarse risposte, pervenute troppo tardi. Un processo talmente lento da risultare letale. Nel frattempo qui in un certo senso, non ci si è mai fermati. In quanto volontari impegnati in ambito sanitario, siamo tra i pochi abilitati a muoverci nel territorio. Ed è così che la gestione dell'emergenza ordinaria si alterna tra il coordinamento delle attività sanitarie in città, consistente nella fornitura del servizio di assistenza medica di base, alle esigenze dei rifugiati che continuano ad arrivare dalle zone di conflitto, al servizio di assistenza medica a chi è in prima linea nel combattimento, ad altre attività ancora. Le giornate trascorrono velocemente tra riunioni, raccolta di dati e visite sul campo per valutare le condizioni, le priorità e i bisogni delle persone. In questo momento ad esempio, sto lavorando nello specifico alla distribuzione di 5.000 kit igienico – sanitari nei quali siamo riusciti ad introdurre strumenti specifici per la prevenzione al Covid – 19. L’obiettivo è riuscire a raggiungere 60.000 persone che vivono nei campi profughi o negli “informal settlements” (insediamenti improvvisati di persone in fuga dalla guerra); ancora troppo poche per coprire tutta l’area ma sicuramente un buon numero da cui partire. Parlando con i miei colleghi, quasi tutti locali, mi rendo conto che mentre parliamo di rifugiati (termine che può sembrare distante e ridondante per quante volte viene utilizzato nei nostri media) parliamo in realtà delle loro famiglie, dei loro amici e parenti. Lo leggo nei loro occhi e nella continua ricerca di fare sempre meglio. Quindi ci mettiamo all’opera e mentre cerchiamo di valutare le attività necessarie, ci viene in mente una nuova idea: coinvolgere i co-leader delle comine per condividere meglio con la popolazione locale le misure di prevenzione al Covid – 19 da adottare. Nel mentre, emerge però il problema relativo alla mancanza di acqua. Sono passati pochi giorni infatti da quando ricevemmo la notizia dell’interruzione del funzionamento della diga di Alouk da parte della Turchia, lasciando circa 500.000 persone nella provincia di Al Hassake senza fornitura di acqua (bene fondamentale ed essenziale già di per sé, oggi ancor più necessario vista l’incombente pandemia alle porte). Il problema è rientrato ma già sappiamo che si ripresenterà e l’avvicinarsi dell’estate, con le sue temperature tropicali, comporterà una serie di disagi che dobbiamo prevedere. Perciò si riparte e tra una telefonata ed una email realizzo che in queste circostanze, così difficili, si vede il bene della comunità ma anche il peggio possibile. Gli eserciti continuano a rinforzarsi sui rispettivi lati, il cessate il fuoco promulgato dalle Nazioni Unite non è mai stato di fatto rispettato e temo che questa epidemia possa essere utilizzata a fini strategici per condurre una nuova fase di questa guerra. Nel frattempo ci chiamano da una piccola cooperativa: i lavoratori hanno deciso di utilizzare la propria attività per fabbricare mascherine da distribuire alle persone. Il confine è chiuso a causa del Covid ed il gate dal quale arrivavano le forniture sanitarie è stato chiuso con una risoluzione delle Nazioni Unite a gennaio. Realizzare mascherine può sembrare un gesto semplice ma in questa circostanza è di fondamentale importanza. Il ché mi riporta alla mente la volatilità che possono avere le istituzioni internazionali, alla loro burocratica aleatorietà così pomposa da sgonfiarsi velocemente come un palloncino proprio quando serve ma anche alla necessità di concretezza, alla solidarietà ed al senso di comune appartenenza. Mi chiedo se questo sistema nel quale viviamo sia adeguato ed all’altezza della sfida che stiamo vivendo. Una percezione che diventa immediatamente palpabile nel momento in cui ci si guarda attorno. Dopo 9 anni di guerra il servizio sanitario siriano è pressoché al collasso. Non ci sono strutture adeguate, né sanitari, né tanto meno medicinali. In questo scenario, sono settimane che lavoriamo per capire come pianificare ed organizzare un sistema che possa in qualche modo rispondere all'epidemia. Le iniziative che stiamo mettendo in campo sono diverse: abbiamo iniziato una campagna di informazione e sensibilizzazione, introdotto in ogni struttura sanitaria un luogo di isolamento per i casi sospetti, stiamo costruendo un ospedale che dovrebbe essere pronto in pochi giorni con 120 posti letto per il ricovero di casi moderati, ed ancora flyer e locandine specifici sul corona virus distribuiti in tutte le panetterie del territorio, informazione via radio e sui canali televisivi, e tanto altro ancora. Non è semplice, ma ci si prova. Squilla il cellulare. sono ancora in ufficio, lavorando alla conclusione di un dossier mentre ricevo la chiamata di un amico: ha una sorpresa per me. Contenta e curiosa di sapere cosa ha in serbo, lo raggiungo … Ed ecco che mi ritrovo assieme alla comunità cristiano – siriaca del luogo a festeggiare la Pasqua (una settimana dopo quella cattolica) tra uova colorate e cioccolata. Ci scambiamo gli auguri, mi raccontano le loro tradizioni, delle similitudini tra la loro celebrazione e una festività yezida che avviene nel medesimo periodo, e tra un caffè ed un biscotto mi chiedono di come sia la situazione in Italia, di come stia la mia famiglia. Poco dopo una nuova chiamata interrompe le nostre chiacchiere. Un imprevisto e bisogna ritornare al lavoro. Guardo l’orologio “L’ufficio sta per chiudere, bene continuerò a lavorare da casa” mi dico. E con la mia mascherina ed il canto del muezzin in sottofondo mi avvio tra le strade rotte della città, facendo slalom tra una buca e l’altra, pensando che sì, c’è tanto lavoro da fare, ed ogni giorno aumenta. La mente mi porta ai miei amici in Italia, alla mia famiglia ed ai miei affetti… alla solitudine ed al distanziamento sociale al quale sono costretti e mi rendo conto che la soluzione è solo una: o se ne esce tutti assieme, o non se ne esce. Penso che qui l’emergenza è mera quotidianità. Non saremo perfetti ma siamo una squadra; sappiamo che nonostante tutti i nostri limiti non si va avanti l'una senza l'altro. C'è la consapevolezza che l'unico modo per uscirne è fare, fare bene e fare meglio. Perché qui l’alternativa siamo noi. Penso che voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho e credo che è arrivato il momento di iniziare a costruirlo. E forse, abbiamo già iniziato!"

(illustrazione di Francesco Mucciacito Art Page)

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