Nuovi caracoles in Chiapas e Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista

January 13, 2020

Il 17 agosto 2019 il Sub Comandante Moisés ha annunciato la fondazione di 11 nuovi Centri
di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista (CRAREZ), di cui 7 nuovi caracoles e 4 nuovi
Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti (MAREZ). Questi CRAREZ costituiscono diversi livelli
di autogoverno di cui si sono dotate le comunità zapatiste per amministrare i territori
recuperati nel corso degli anni. Dopo l’esperienza degli Aguascalientes – fondati a partire dal
1994 come primo tentativo di una costruzione locale di autonomia – nel 2003 vennero fondati
5 caracoles (La Realidad, La Garrucha, Roberto Barrios, Morelia e Oventik) all’interno dei
quali hanno trovato sede le Giunte di Buon Governo, composte dai rappresentanti dei
Municipi della zona i quali, a loro volta, raccolgono al proprio interno diversi villaggi. Questo
ulteriore allargamento risponde alla doppia esigenza di includere nuovi territori e di facilitare
la partecipazione in quelli esistenti.


La carovana di Ya Basta! ha visitato in questi giorni alcuni dei vecchi e nuovi centri: gli
storici caracoles di Morelia nelle montagne del sudest del Chiapas e de La Garrucha nella
selva Lacandona e i nuovi caracoles Jacinto Canek e Tulan Ka’u nel territorio di Tolanca.
Di questi ultimi due, il primo ha sede accanto al Centro Indigena de Capacitacion Integral
(CIDECI-Unitierra) di San Cristobal de Las Casas mentre il secondo è stato inaugurato in
occasione del II° Festival de Cine “Puy ta Cuxlejaltic” che si è tenuto dal 7 al 15 dicembre
2019. Proprio a Tulan Ka’u, che si trova sulla strada fra Comitan e San Cristobal e che, a
differenza degli altri, è aperto al pubblico, è stata costruita la Balena, un auditorium in grado
di ospitare più di mille persone. Per descriverlo riportiamo le parole del Sup Galeano:
Somiglia ad un galeone. O una baleniera… No, piuttosto una balena sperduta che nuotando
ostinata controcorrente lungo la montagna, ora riposa tra gli alberi e la gente. Sì, gente,
tanta. Di tutti i tipi. E di tutti i colori, perché anche se pare che la maggioranza abbia il volto
nascosto, i loro abiti sono come se un caleidoscopio si muovesse attorno al grande cetaceo,
assurdo nel suo riposare a mezza montagna, come assurdo è tutto quello che lì succede.
Durante questi giorni, inoltre, abbiamo avuto l’occasione di consegnare fondi e materiale
sanitario e di incontrare la Giunta del Buon Governo de La Garrucha; abbiamo anche avuto la
possibilità di confrontarci con alcuni promotori di salute – persone attive nel campo sanitario
– che ci hanno mostrato diversi laboratori, una farmacia e una clinica per le donne, tutti
tasselli importanti nella costruzione di una autonomia e di buen vivir delle comunità zapatiste.
La decisione dell’EZLN di ampliare e ridefinire l’amministrazione dei propri territori nasce
dopo 8 mesi dall’insediamento del governo di Andrés Manuel Lopez Obrador, le cui posizioni
apparentemente progressiste avevano inizialmente attirato il consenso di una larga parte della
società civile – tra cui molti ex sostenitori della lotta zapatista – e di una parte delle comunità
indigene. Gli zapatisti fin da subito hanno rifiutato le politiche sviluppiste di AMLO e hanno
individuato nelle grandi opere uno dei punti principali di scontro con il nuovo governo. Come
nel 1994, gli zapatisti hanno deciso di “rompere l’accerchiamento”, ribellandosi alla
militarizzazione dei territori attraverso la Guardia Nazionale e i gruppi paramilitari e
rifiutando i tentativi di cooptare e dividere le comunità mediante effimeri programmi sociali
di sviluppo locale come quello di Sembrando Vida che prevede la piantumazione di migliaia
di alberi da frutto, cacao e mais.


In questi anni gli zapatisti sono cresciuti. Lenti, ma inesorabili, sono avanzati nella difesa
della propria autonomia e delle popolazioni originarie. Donne, uomini, bambini e anziani
hanno svolto un silenzioso e costante lavoro politico e organizzativo che è culminato in una
visibile espansione territoriale e numerica delle comunità. Tale crescita è l’espressione di una
reale pratica democratica che mette al centro l’auto-organizzazione: al contrario delle
consultazioni messe in atto dal nuovo governo che mettono in scena una democrazia di
facciata e fintamente inclusiva della voce delle comunità indigene, la nascita dei nuovi
CRAREZ è stata il frutto di un lungo lavoro di ascolto e partecipazione. Attraverso questo
confronto costante è stato possibile sperimentare nuove forme di gestione e amministrazione
dei territori, garantendo a un numero sempre maggiore di persone l’accesso a strutture
sanitarie e all’istruzione di base, fondamentali per una vita degna. Così ha descritto il Sup
Moisés il processo di costruzione dei nuovi CRAREZ:
Ciò che si rende noto ora ed è pubblico, è stato un lungo processo di riflessione e ricerca.
Migliaia di assemblee comunitarie zapatiste, nelle montagne del sudest messicano, hanno
pensato e ricercato strade, modi, tempi. Sfidando il disprezzo del potente, che ci taccia
d’ignoranti e tonti, abbiamo usato l’intelligenza, la conoscenza e l’immaginazione.
Passano gli anni, cambia il mondo ma gli zapatisti non smettono di cercare di fare un passo in
avanti nella costruzione della autonomia. La loro esperienza resta un punto di riferimento per
tutti quelli che cercano di apportare crepe nel sistema capitalista e di guardare oltre. Ancora
oggi, le montagne del sudest messicano sono un luogo interessante di sperimentazione politica
e sociale da cui tanti e tante possono trarre insegnamento per provare a costruire un altro
mondo possibile nei propri territori.


E così siamo usciti. Il Potere è rimasto indietro, pensando che il suo accerchiamento ci
mantenesse accerchiati. Da lontano abbiamo visto le sue spalle: Guardie Nazionali, soldati,
poliziotti, progetti, aiuti e menzogne. Siamo andati e tornati, siamo entrati e usciti, 10, 100,
1000 volte lo abbiamo fatto e il Potere vigilava senza vederci, confidando nella paura che
infondeva la sua stessa paura. Gli accerchianti sono rimasti come una macchia di sporco,
accerchiati essi stessi in un territorio ora più esteso, un territorio che contagia nella
ribellione.

 

 

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