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Perché parlare di migrazione vuol dire parlare di libertà

January 14, 2019

 DAL SITO DI MEDITERRANEA.ORG

 

di Francesca Zanoni

 

Sovrapponendo una mappa ritraente le principali rotte commerciali del continente africano in epoca coloniale, con una mappa ritraente quelli che oggi sono i principali itinerari percorsi, consapevolmente o meno, dai migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana che giungono in Europa, ciò che è emerge è a dir poco inquietante.
 

Quelle rotte che in età antica e moderna rappresentavano un collegamento commerciale tra Africa ed Europa, e vedevano oro, pelli, avorio, legni pregiati, caffè, essere caricati, scaricati, trasportati e venduti, vedono oggi riservare lo stesso trattamento a migliaia di esseri umani, donne, uomini e bambini, che vengono coinvolti in reti di traffico che ne determinano tempi e destinazioni. I loro corpi rappresentano la merce di uno dei più grandi mercati del crimine organizzato mondiale, che attraverso coercizione fisica e psicologica li utilizza in luoghi preposti proprio al loro sfruttamento, come risulta dai tanti racconti di chi oggi è riuscito ad arrivare in Italia e dunque in Europa.
 

Luoghi che nelle tante vicende riportate vedono frequentemente ripetersi le stesse drammatiche situazioni, nelle stesse località, spesso per mano delle stesse persone o organizzazioni.
 

In alcuni di questi luoghi la mercificazione delle persone avviene attraverso vere e proprie aste per la vendita degli schiavi, come documentato dalla CNN nel novembre del 2017, altre volte attraverso lo sfruttamento dei loro corpi a scopo lavorativo, nel settore edilizio, o in quello agricolo, ma anche in quello sessuale all’interno delle c.d. “connection house”.

 

Altre volte ancora, i loro corpi vengono detenuti e in questo modo messi a disposizione di qualcosa o qualcuno che ne determinerà le sorti, imprigionandoli in centri amministrativi o informali in cui si consumano inimmaginabili torture ed inaudite violenze.
 

Ciò contribuisce a dare dimensione della spaventosa struttura di quei percorsi migratori che sono tutt’altro che imprevedibili, spontanei o incontrollati, ma ordinatamente inseriti in logiche di violenza, controllo e guadagno da costituire veri e propri percorsi di migrazione forzata.
 

Lucrare e prendere in ostaggio i corpi e la libertà di movimento delle persone migranti, però, non è affare soltanto di chi li traffica lungo le rotte che risalgono il continente africano, ma pratica utilizzata, seppur con modalità differenti, anche dagli stessi governi europei.
 

Da questo punto di vista, la vicenda che a cavallo tra il 2018 ed il 2019, in Europa, ha coinvolto le navi Sea Eye e Sea Watch dimostra chiaramente la continuità della strumentalizzazione e privazione dei diritti a cui sono stati costretti coloro che sono fuggiti dalla Libia e poi salvati nel cuore del mar Mediterraneo.
 

A partire dall’evidente situazione di prigionia in cui le 49 persone salvate dalle due ONG si sono ritrovate in assenza di autorizzazione allo sbarco, volontariamente bloccate, dunque, tra le onde di un mare gelido ed agitato. Impossibilitate a procedere in qualsiasi direzione, limitate in ogni movimento, incastrate in pochi metri a dover fare i conti con un futuro incerto, temibile. Consapevoli, allo stesso tempo, di essere soggette alla volontà di qualcosa o qualcuno di invisibile,
ma capace di separarle da una costa nitida, reale, ed estremamente vicina. “Questa nave è diventata una prigione, esattamente come le prigioni libiche da cui siamo scappati” ci dicevano, raccontando di quella grande oppressione e frustrazione provata nel ritrovarsi impossibilitati a scappare, decidere, agire.

 

Nonostante a distanza di 19 giorni i migranti salvati da entrambe le imbarcazioni siano stati fatti sbarcare a Malta, la loro libertà di movimento e facoltà di autodeterminazione è rimasta negata. Non sono loro, infatti, a poter valutare se il rientro in un Paese rappresenti un rischio o meno, a poter decidere, in base alla loro storia, alle proprie difficoltà, e ai propri desideri se un luogo gli sia adatto. Non sono loro nemmeno a poter determinare dove, tra i paesi dell’Unione, tentare di ricostruirsi un presente, una casa, dove poter iscrivere la figlia a scuola, cercare un lavoro, rivedere una persona cara.

 

Perché anche in questo caso, qualcun altro lo ha scelto o lo sceglierà per loro.
 

Quote, rimpatri, e ricollocamenti, sono stati attori di una prova di forza tra governi europei nella quale i migranti sono stati utilizzati come merce di scambio, in maniera talmente strumentale da arrivare a far percepire il loro essere ostaggi in mare e la loro condizione di subordinazione in terra come contro partita del loro ingresso in Europa. Della serie: “è già tanto se ti è stato concesso di sbarcare”. Persone, dunque, trattate nuovamente come merci.
 

Come interrompere questa continua e persistente strumentalizzazione? Come ridare valore alla libertà di movimento di tutte e tutti ed alla facoltà di ognuno di potersi autodeterminare?
 

La risposta non è certo immediata, e senz’altro non ve n’è una soltanto. L’esigenza primaria, in virtù della mercificazione continua a cui sono subordinate le persone migranti, è quella di sottolinearne la loro ovvia, ma non (più?) scontata appartenenza al genere umano. Ciò non rileva “soltanto” in riferimento ai diritti di cui sono portatori, ma anche alla rappresentazione e narrazione stessa di queste persone che troppo spesso viene letta attraverso le lenti e le definizioni strumentali di politiche nazionali ed europee.
 

Le persone che abbiamo incontrato e che continuiamo ad incontrare in mare come in terra, dal Mediterraneo al centro America, non sono vittime, non sono incapaci di intendere o addirittura di volere, e non necessitano di essere rappresentate da nessuno. Sono invece oggi i più grandi portatori di un messaggio di libertà e resistenza, che dovrebbe schiaffeggiarci ed allo stesso tempo stimolarci a costruire nuovi significati e pratiche che riempano di valore la solidarietà contro la paura, la libertà contro la sopraffazione delle persone, la mobilità contro le politiche di chiusura dei confini. Il coraggio delle e dei migranti ci deve determinare a costruire e rafforzare con entusiasmo comunità accoglienti e disobbedienti di fronte a governi nazionali ostili.
 

Perché nessuna negoziazione è possibile o tollerabile sulle vite umane, ed alcun compromesso è contemplabile sui diritti delle persone.
 

Ridare valore alla libertà di movimento ed alla facoltà di autodeterminazione di tutte e tutti, oggi, vuol dire non farsi bastare l’astrattezza dei diritti e la formalità delle tutele, ma pretendere la loro applicazione. Vuol dire avere il coraggio di non limitarsi ad enunciarli, ma avere la volontà di praticarli e, di conseguenza, includere nella loro assolutezza anche quelle donne e quegli uomini abituati ad essere esclusi dalla stessa cultura dei diritti umani.
 

Certamente oggi più che mai, in mare come in terra, c’è bisogno di atti di grande coraggio che siano all’altezza dello scontro politico in atto, poiché la posta in gioco è estremamente alta e riguarda il presente ed il futuro di tutte e tutti noi. Infatti, se è vero che parlare di immigrazione vuol dire parlare di libertà, allora è anche vero che quella libertà o è di tutti o non è. E non c’è cosa più preziosa di difenderla insieme.

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